La storia di Carloforte è un racconto affascinante di intraprendenti naviganti e pescatori che narra di passaggi per terre lontane prima di approdare su un’isoletta disabitata della Sardegna.

È la storia di migranti liguri che, intorno al 1540 partirono da Pegli e dintorni diretti a TabarKa, colonia ligure di proprietà dei signori di Pegli, i Lomellini.

Tabarka è un’isoletta al largo delle coste della Tunisia, al confine con l’Algeria, dove si praticava la pesca del corallo.

Nel 1738, a causa dell’impoverimento dei banchi di corallo e alle frequenti molestie dea parte dei Bey africani, intenzionati a riprendersi l’isola e il commercio locale, fu necessario cercare altri lidi.

Parte della popolazione restò sull’isola, subendo le razzie dei corsari e resa schiava per poi essere riscattata dal Re di Spagna, Carlo III, che li condusse in Spagna, al largo di Alicante, sull’isola di San Pablo, ribattezzata poi Nueva Tabarka.

La maggior parte della popolazione, invece, si trasferì sulla deserta Isola di san Pietro che il Re di Sardegna, Carlo Emanuele III, intendeva ripopolare, e lì si dedicò alla pesca del tonno, alla raccolta del corallo e alla produzione del sale dalle naturali saline isolane.

Nasce Carloforte e una nuova storia, ancora più ricca di avvenimenti, a partire dall’insediamento dei tabarkini sulla nuova isola che tutti gli storici considerano, in assoluto, il miglior esempio di colonizzazione avvenuto nel corso del Settecento.

Si susseguirono, in breve: l’istituzione della Prima Costituzione Repubblicana in territorio italiano durante l’occupazione francese nel 1793, la feroce incursione barbaresca da parte dei corsari del rais Mohamed Rumeli del 1798 e l’incredibile sviluppo socio-economico di Carloforte, con le prime e forti lotte sociali avvenute in Sardegna nell’800.

Parlando della tragica storia dell’incursione barbaresca, si narra di azioni orrende perpetuate dai barbari tunisini.

Dopo aver saccheggiato per due giorni la città, rapirono circa 950 carlofortini che, per cinque anni, dal 1798 al 1803, patirono la schiavitù in Tunisia, in attesa del riscatto avvenuto grazie all’intervento delle grandi potenze europee, compreso il papa Pio VI e Napoleone Bonaparte.

In quei cinque lunghi anni, tra i carlofortini in cattività si svilupparono altri avvenimenti straordinari. Tra queste risalta la vicenda della schiava carlofortina Francesca Rosso, la cui storia assomiglia più alle favole stile Perrault che alla realtà.

 Durante la schiavitù fu mandata a servizio in casa della sorella del Bey di Tunisi. L’abitazione era frequentata anche dal fratello minore del Bey, Sidi Mustafà, che si innamorò perdutamente di lei. Il giovane Mustafà, più grande di tre anni, dovette lottare a lungo sia per convincere la propria madre dei suoi sentimenti per la bella cristiana, sia per le resistenze della fanciulla.

Alle insistenti dichiarazioni d’amore, Francesca cedette a condizione di essere sposata e che Mustafà rinunciasse solennemente alla poligamia. Così, nel 1806, all’età di 17 anni, da schiava diventò principessa e prese il nome arabo di Jenet Lela Béia. Da questa unione, che non vacillò mai, alla fine dello stesso anno nacque Ahmed , divenuto a sua volta Bey, per le sue origini fu soprannominato “Il sardo”.

 Forse meno eclatante, ma ugualmente affascinante e sicuramente più misteriosa, è la storia di Anna Porcile, un’altra schiava carlofortina. Pronipote di Agostino Tagliafico, capo indiscusso dei coloni tabarkini, doveva essere veramente bella e affascinante, perché fu contesa da diversi consoli stranieri accreditati a Tunisi.

A conquistarla fu il console americano William Eaton, che anticipò 5.000 dollari per la sua liberazione, senza il consenso dello Stato Americano. L’azione fu allora oggetto di discussione al Senato Americano e di più di un intervento del Presidente Jefferson. Oggi, quella storia è raccontata in un libro, “The Pirate Coast” di Richard Zacks, diventato un best-seller dell’editoria americana.

Ma tra le tante storiedella schiavitù dei carlofortini, quella più clamorosa è sicuramente il ritrovamento della “Madonnina nera”.

Il simulacro fu rinvenuto da un giovane schiavo, appena quindicenne, Nicola Moretto, mentre visitava, cavalcando una mula, il giardino di un parente del suo padrone, in prossimità di una spiaggia.

Ad un tratto la mula si rifiutò di proseguire il suo cammino e il giovane vide, sospesa, senza alcun sostegno, tra un albero di limoni ed uno di datteri, la statua di una Madonna in preghiera. La prese con sé e la consegnò a Don Nicolò Segni, anche lui schiavo carolino.

La notizia di quel ritrovamento si sparse velocemente e gli schiavi tabarkini, da quel momento, si riunirono in gran segreto per invocare, ai piedi di quella statua, la libertà tanto agognata.

La statua, venne ribattezzata Madonna dello Schiavo.

Link relativi all'Articolo - Dalla liguria a Tabarca fino alla Sardegna


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