L’isola di San Pietro fu abitata fin dal neolitico antico (VI millennio a.C.). A parte la presenza di resti sparsi qua e là per il territorio isolano, presumibilmente risalenti a quell’epoca preistorica, c’è una testimonianza certa: la presenza di manufatti in diaspro provenienti senza alcun dubbio dai giacimenti del Becco, sull’isola di San Pietro appunto, ritrovati e distribuiti in diversi siti neolitici del Sulcis e finanche a 80 km di distanza, nelle vicinanze di Terralba. Il che fa presuppore un sistema di sfruttamento e di circolazione di questa risorsa litica, ma anche una rete di scambi poiché sull’isola, a sua volta, sono state rinvenute frecce di ossidiana provenienti dal monte Arci, come hanno documentato alcuni autori (Lugliè - Vacca- Zara) nel 2004 a Firenze in un convegno sulla preistoria italiana.

Molto più antica è invece la conoscenza della presenza di costruzioni nuragiche sull’isola. Il primo a parlarne fu il canonico Giovanni Spano nel 1862. Probabilmente però questa sua segnalazione fu più per “sentito dire” che per propria esplorazione sui luoghi. Molto en passant l’ing. Michele Taricco nel 1933 nelle suo “Geologia dell’isola di San Pietro – Capo Sperone” fa cenno alla presenza di due nuraghi, uno sul Bricco del Polpo e l’altro sopra la piana del Macchione. Ma il primo vero e sistematico studio sui monumenti nuragici isolani appare su una tesina del 1978 (pubblicata nel 1983) del prof. Renato Monticolo che rileva i resti di tre costruzioni nuragiche e un recinto fortificato (castra nuragico). Dieci anni più tardi nel 1988 il prof. Giovanni Lilliu, tra i massimi esperti della civiltà nuragica, compie un sopralluogo sulla “Pappassiña” in regione Tanche e individua un nuraghe “di pianta complessa perché alle primitive torri si addossano murature sussidiarie intervenute successivamente”. Infine nel 2003 il prof. Zucca fa risalire le vestigie nuragiche presenti sull’isola all’età del bronzo medio e tardo, ossia tra il 1500 e il 1000 a.C.

Le prime notizie, invece, sugli insediamenti fenicio-punici risalgono addirittura agli ultimi decenni del Settecento. Le riporta il cappellano tedesco Joseph Fuos che nel suo “Lettere dalla Sardegna” rileva la presenza di tombe a camera cartaginesi. Nel 1828 Henry Smith, capitano della marina inglese nella sua opera “Relazione sull’isola di Sardegna” documentò il rinvenimento di un’anfora, nei pressi delle saline, piena di monete cartaginesi di bronzo. Ma forse la scoperta più interessante riguarda il ritrovamento nel 1877 a Cagliari di un cippo votivo risalente al III/IV secolo a.C., ora conservato presso il museo archeologico cagliaritano, la cui iscrizione fu subito decifrata dall’esperto Francesco Elena e nella quale compare il primo nome dell’isola: YNSM. Ma in definitiva, a parte ritrovamenti fortuiti come quando nel 1943 durante la costruzione di un rifugio antiaereo vennero alla luce alcune tombe, non ci furono studi o eseguiti scavi per documentare la presenza fenicio-punica sull’isola. Almeno fino al 1961. In quell’anno l’archeologo Francesco Barreca individuò presso la torre San Vittorio (allora sede di una stazione astronomica) i ruderi di una cinta fortificata e l’anno seguente Gennaro Pesce, Sovraintendente alle Antichità, eseguì degli scavi di ricognizione e empre nei pressi del forte San Vittorio trovò le fondamenta di un tempio fenicio-punico dedicato al dio Baalshamin dalla grandezza di 26 metri per 14. Gli studi su questo insediamento furono in parte portate avanti da Paolo Bernardini e Raimondo Zucca, che nel 1998 scoprirono diversi reperti di età fenicia (una trentina) e un frammento di una tazza greca. Sugli insediamenti fenicio-punico sull’isola di San Pietro è stata attualmente attivata una nuova campagna di studi e di scavi su una necropoli ubicata a pochi passi dal centro abitato. La missione, che è guidata dall’archeologo Wissam Khalil dell’Università Libanese di Beirut, ha lo scopo di portare meglio alla luce le tombe già individuate e di scoprirne di nuove cercando di stabilire quale sia la loro tipologia, il tipo di inumazione e cremazione e la cronologia della necropoli stessa.

Ma la prima vera e ufficiale campagna di scavi archeologici eseguita sull’isola di San Pietro venne effettuata nel lontano 1878 dall’allora sosprastante (così si diceva) alle Antichità, Vincenzo Crespi che portò alla luce una necropoli di epoca romana in località Spalmatore di Fuori, non molto distante dalla spiaggia de “La Caletta”. Ma quantunque sull’isola esistono qua e là varie vestigia risalenti all’epoca romana, da allora non sono state fatte ricerche sul piccolo pagus che in epoca imperiale esisteva sull’isola.

C’è in ultimo da sottolineare, anche alla luce di quanto detto, l’enorme potenziale archeologico dell’isola che è stata popolata in tutte le età, dal neolitico all’epoca romana. È una risorsa che può avere grandi ripercussioni sia sul piano culturale che su quello turistico. La campagna di scavi iniziata nel 2011 dall’Università del Libano, e che tuttora sta proseguendo darà, sicuramente dei frutti che fino a qualche anno fa erano impensabili.

@Nicolo Capriata per il Comune di Carloforte

 

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