Il tabarkino, parlato da oltre l’85% dei carlofortini, non è riconosciuto come “lingua” dalla legge italiana che prevede la tutela delle lingue minori. Per fortuna il tabarkino non ha bisogno di protezione. Antica, particolare, impossibile da sentire altrove, se si esclude la vicina Calasetta, il tabarkino è una lingua assimilabile a quella in uso tra i pegliesi del XVI secolo, antenati dei carlofortini, con qualche prestito arabo, siciliano e francese.

Carloforte, infatti, fu fondata da una colonia di pegliesi trasferitisi intorno al 1540 a Tabarka, un isolotto tunisino, per praticarvi la pesca del corallo e da qui, quasi due secoli dopo, trasmigrati sull’Isola di San Pietro.

La lingua tabarkina non è solamente antica e variegata, ma nell’isola di San Pietro è parlata da tutti, senza distinzione di età e di livello sociale. Addirittura nelle sedute pubbliche del Consiglio Comunale si può intervenire in vernacolo e durante i matrimoni civili gli sposi possono pronunciare (molti lo fanno) la formula per il fatidico sì in tabarkino. D’altronde, ai bambini, in famiglia come a scuola, vengono insegnate le nenie e le filastrocche tabarkine.

Dal punto di vista scientifico, esistono i regolamenti ortografici per la sua scrittura, un vocabolario e una grammatica.

Le scuole elementari hanno realizzato per gli scolari un sillabario e un sussidiario.

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