La vista

È quella che si offre al visitatore quando il traghetto sul quale si è imbarcato si avvicina man mano all’isola di San Pietro. Dapprima intravede un’isola collinosa ma ancora confusa nei contorni, quasi anonima. Più dappresso comincia ad accorgersi che le colline è come se fossero dipinte di un verde vivo che è il colore delle pinete e che qua e là vi si adagiano tante casupole che ricordano il presepe. Poi si sa, più ci si avvicina e più tutto prende forma e tutto diventa più bello. Ma il vero bello ancora deve venire. Inizia quando il traghetto sta giungendo nel porto che si apre con due lunghe dighe che sembrano due lunghe braccia protese, pronte per accogliere e abbracciare il visitatore, per farlo partecipe del luogo. A quelle prime sensazioni si aggiunge la meraviglia quando dal ponte della nave il visitatore scorge un bella, lunga e alberata marina, da sembrare una cartolina inviata dalla riviera ligure. Una volta sbarcato percorrendo le prime vie ha la conferma della prima allettante visione, si accorge che tutto il paese ha l’aspetto di una grossa e bella borgata molto somigliante alle cittadine rivierasche della Liguria e non solo perché come queste si adagia sul mare, ma anche perché con i centri liguri ha un’evidente somiglianza per lo stile architettonico delle case, per le decorazioni delle facciate, per i caratteristici tratti delle vie, chiamate anche qui carruggi. Qui nella parte bassa del centro storico gli antichi costruttori man mano che innalzavano un nuovo fabbricato ebbero l’accortezza e il buon gusto di far sì che l’edificio pur diverso nei tratti e nelle sfumature architettoniche di quelli preesistenti si inserisse perfettamente nell’ambiente circostante in modo armonico e omogeneo facendo diventare ogni via una piccola opera d’arte.

Ma poi il visitatore addentrandosi nella parte “alta” è felice di sorprendersi ancora una volta, cambia l’idea che s’era fatto inizialmente del borgo perché qui cambia nuovamente l’architettura che è qualcosa di misto tra arabo e mediterraneo, ma ancora omogenea nel suo sviluppo strutturale nel quale scalinate e ballatoi concorrono a formare angoli suggestivi che all’improvviso si affacciano ai suoi occhi stupiti. Pur non essendoci degli spazi propriamente verdi (impossibili per la sua configurazione) questa parte del borgo è anche un verdeggiante e rigoglioso giardino per le piante che ogni abitante sistema e cura al limitare delle case. Se la parte bassa si presta a gradevoli passeggiate, quella “alta” è il luogo ideale (ed è frequentemente adoperato) per manifestazioni culturali quali mostre di quadri, recite di monologhi e poesie, esecuzioni di brani musicali. Così, se ancora ce ne fosse il bisogno, la magia della suggestione aumenta fino a raggiungere le stelle.

L’udito

È ciò che ode l’ignaro visitatore che giunge sull’isola, il quale non può fare a meno di sorprendersi per gli echi della parlata dei carlofortini. Anzi a volte questo stupore inizia quando si imbarca sul traghetto che lo porta a Carloforte, ascoltando i discorsi dei tanti passeggeri isolani. Ma la meraviglia che spesso diventa anche ammirazione il viaggiatore la concretizza camminando per le strade dove tutti (proprio tutti) parlano il tabarchino, una sorta di genovese risalente al XV secolo ma con prestiti arabi, francesi, siciliani e turchi ma anche infarcito di vocaboli liguri più recenti e di qualche sardismo. È una parlata il tabarchino davvero radicata negli isolani perché lo si parla per le strade, nei negozi, a scuola, negli uffici. Ed è bello per i turisti provenienti dai lidi italiani più disparati sentirlo dai bambini mentre giocano, ascoltarlo dagli anziani quando raccontano le loro avventure di tonni e di mare. Molti liguri giunti in vacanza sono stati strabiliati dalla parlata tabarchina, evocatrice, e per questo affascinati, di antichi ricordi, di un tempo che per loro sembrava trascorso ma che invece non è passato in questo angolo ligure della Sardegna. E per Giovanni Ansaldo, il grande giornalista genovese questa parlata antica e cadenzata è “La seconda bellezza di Carloforte” come scrisse in un famosissimo articolo di sessant’anni fa.

Il tabarchino sicuramente stuzzica l’interesse e le curiosità del turista ma riveste anche una notevole importanza in campo linguistico. Sono stati molti, infatti, gli studiosi ad occuparsi di questa lingua.Tra i primi ci fu Luciano Bonaparte, nipote del grande Napoleone, e tralasciando tutti gli altri per saltare ai giorni nostri, si scopre che il tabarchino è studiato da numerosi linguisti oltreché italiani, magiari, spagnoli, sloveni e francesi, quasi a sottolinearne un’importanza internazionale.

D’altronde è significativo, oltre che bello, che l’85% della popolazione parli correntemente e in ogni occasione il tabarchino. Tant’è che nelle sedute pubbliche del Consiglio Comunale si può intervenire in vernacolo e durante i matrimoni civili gli sposi possono pronunciare (molti lo fanno) la formula per il fatidico in tabarchino. Tutte situazioni normali per i parlanti, ma straordinarie per i visitatori non solo perché possono ascoltare solo qui (e nella vicina Calasetta) questa rarità linguistica ma anche perché tra tutte le lingue minori è di gran lunga la più diffusa se si considera il rapporto tra i suoi parlanti e la popolazione dell’area in cui la lingua è divulgata. Alla meraviglia si aggiunge meraviglia.

Il gusto

Sono le tante squisitezze, delle autentiche delizie del palato, che solo chi giunge a Carloforte può assaporare ed apprezzare. Perché la cucina carlofortina prima ancora di essere gustosa e caratteristica è unica, nell’accezione più corretta del termine. Un viaggio nella cucina isolana è un viaggio tra sapori esclusivi, dove nobilissime pietanze gareggiano per conquistarsi il primato della prelibatezza. Primo fra tutti il tonno, dai carlofortini confezionato con procedimenti semplici e antichi e cucinato in mille modi e in mille salse. Alcuni piatti della gastronomia carolina sono solo e tutto tonno. Così è per il bélu, stomaco di tonno prima bollito, poi rosolato e cotto a spezzatino con patate e cipolle; così è per i gurézi l’esofago e le branchie preparate ugualmente a spezzatino. E poi tonno alla carlofortina fritto e poi rosolato con alloro, tonno lessato scabécciu, tonno salato, tuniña cotto in tegame. Ma prima ancora gli antipasti: büttàiga (uova di tonno salate e pigiate con delicatezza), cö (cuore cotto nel sale), musciamme filetto di tonno salato, capunadda gallette marinare rammolite con acqua e olio e tuniña, o figatéllu  lattume di tonno lessato o impanato. E l’elenco ancora continua perché il tonno è come il maiale, nulla si getta. Tutte pietanze che in una sorta di vocabolario gastronomico si troverebbero sicuramente nella voce “introvabili” perché al di fuori di Carloforte non si “scovano” e tanto meno si possono gustare.

Ma se il tonno è il sovrano della cucina carlofortina, egli è un re attorniato da nobilissime pietanze altrettanto peculiari, altrettanto gustose. Sicuramente alla sua corte occupa un posto di gran dignitario il cascà, altro piatto di squisitezza ineguale, oltre che piatto storico essendo una variante del couscous magrebino e quindi retaggio del trascorso tabarchino. Ma vantano poi uguale blasone tanti altri cibi e contorni originali, spesso esclusivi della cucina isolana. Che dire per esempio della bóbba la tradizionale minestra “povera”costituita da fave secche, sgusciate messe in ammollo e cotte poi a fuoco lento, ottenendo una soprana cremosa e dal gusto inimitabile? O della facussa, un cetriolo sottile allungato e ritorto, tipico del Maghreb i cui semi furono dai coloni tabarchini portati a Carloforte e trapiantati negli orti isolani, dal sapore fresco e delicato che è il comune ingrediente delle insalate estive a base di tonno? Elencare tutte queste saporite singolarità non basterebbe un trattato.

La cucina carlofortina che è pure il riflesso della storia e delle tradizioni della comunità è il paradiso del palato, il nirvana dei buongustai.

L’olfatto

Diciamolo subito l’olfatto è il senso meno utilizzato e forse anche il meno sviluppato dell’uomo. La sua percezione a parte odori fortemente sgradevoli o gradevoli che siano, spesso non è immediata come per gli altri sensi, ha bisogno di più tempo, e poi gli odori sono come le “età” ognuno ha la sua stagione. Così non viene facile al visitatore avvertire particolari profumi. Certo se si addentra nell’interno dell’isola può cogliere i tanti aromi che una macchia mediterranea integra e incontaminata come quella isolana può offrire al suo odorato. Ci sono tante piante che emanano deliziosi profumi come la Menta pulegium conosciuta come erba di San Giovanni perchè colta per il rito del comparatico, una volta molto sentito dagli isolani, nella notte del 23 giugno. Ma c’è una pianta in particolare, molto comune che cresce rigogliosa in ogni angolo della macchia isolana e soprattutto lungo la fascia costiera che effonde un forte profumo selvatico e gentile insieme che produce un gradevolissimo piacere alle narici di chi la annusa. Si tratta dell’Helicrisum italicum, conosciuta come tufu a Carloforte, una pianta perenne con tanti fiorellini giallognoli, che proprio per questa sua “virtù odorosa” veniva utilizzata dai vecchi pescatori carlofortini per abbrustolirvi i polpi da usare come esca nelle nasse: si diceva che il mollusco tostato con questa pianta acquisiva un profumo da favorire il brumeggio dei pesci.

Ma l’effluvio che forse (anzi senza forse) più di ogni altro aroma è presente non solo nella sua essenza ma anche nella mente dei carlofortini, perché al solo pronunciarlo evoca piacevoli sensazioni è l’arzillu. Il termine tabarchino è unico (il Casaccia il più affidabile vocabolario genovese già lo relega a metà dell’Ottocento tra i vocaboli arcaici) e intraducibile nella lingua italiana con un solo lemma. L’arzillu è il fragrante e davvero toccante profumo marino facile a percepire sulle scogliere isolane tra il tardo autunno e l’inizio della primavera, o davanti ad un cesto di crostacei e frutti di mare appena pescati. L’arzillu è profumo,  di erbe e di ricci, di alghe e patelle, di mare e di scogli, inconfondibile e inimitabile che ancora a Carloforte con il suo mare  terso e incontaminato è possibile cogliere per far sbalordire e gioire le  sensazioni olfattive.

Il tatto

È l’ultimo dei sensi e non solo nell’elencazione che s’impara nei primi anni di scuola, ma lo è stato (oggi viene rivalutato) anche nelle considerazioni delle scienze fisiologiche. Eppure tra tutti i sensi è quello più sinestetico perché la percezione tattile spesso genera l’insorgenza di altri stimoli sensoriali. Lo sanno bene i tanti turisti che durante l’estate in San Pietro si stendono nelle sue spiagge dalla sabbia leggera come piuma, soffice e fine come il borotalco o sulle lisce scogliere, quasi che fossero levigate, della “Conca”, di “Guidi” e di altri litorali, senza nomi specifici e magari situati in luoghi reconditi, ma che il vacanziere curioso e dinamico quasi sempre scopre. Così sdraiati ed ad occhi chiusi, il palpabile contatto con la tiepida e morbida sabbia o con la liscia e calda roccia attiva gli altri sensi: suscita visioni colorate di mare cristallino, amplia e rende arcano il suono dello sciabordare sulla riva, e mescolando e confondendo combina in un tutt’uno il profumo e il sapore del mare. È la vittoria e l’esaltazione dei sensi che partendo, quasi timidamente, dal tatto, come in un finale di uno spettacolo pirotecnico li fa esplodere forti e tutti insieme parossisticamente. È anche da qui che nasce l’empatia per l’isola ossia quella capacità dell’uomo di sentirsi in armonia, con l’ambiente e di cogliere facendole proprie, le emozioni e gli stati d’animo che questo suscita.

@Nicolo Capriata per il Comune di Carloforte

 

Link relativi all'Articolo - I cinque sensi di Carloforte


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