La storia di Carloforte è una storia mirabile. I tanti che la conoscono ne sono affascinati, e chi man mano la va scoprendo ne rimane sbalordito, per la straordinarietà delle tante vicende che la contraddistinguono. Non a caso più di un intellettuale ha pensato di cucirvi sopra un romanzo o un film di epopea. La saga dei carlofortini o dei tabarchini che dir si voglia è in effetti la storia di due emigrazioni. La prima, intorno al 1540, da Pegli e dintorni verso Tabarca per praticarvi la pesca del corallo e per esercitare il commercio tra il Maghreb e la Liguria. La seconda è una sorta di esodo dall’africana Tabarca alla sarda isola di San Pietro, allora disabitata. Il trasferimento, nel 1738, portò alla fondazione di Carloforte e all’inizio di una nuova storia ancora più ricca di avvenimenti, che se fosse riportata ai tempi nostri occuperebbe ogni giorno la prima pagina dei giornali e i tg e i talk-show di tutte le emittenti. A parte l’esito positivo dell’insediamento dei tabarchini nella nuova isola, che tutti gli storici considerano in assoluto il miglior esempio di colonizzazione avvenuto nel corso del Settecento, numerosissimi sono stati gli avvenimenti di grande rilievo che l’hanno caratterizzata, tra i quali si annovera l’istituzione della prima costituzione repubblicana in territorio italiano durante l’occupazione francese e la feroce incursione barbaresca che fece quasi mille schiavi nel ‘700 e l’incredibile sviluppo socio-economico e le prime e forti lotte sociali avvenute in Sardegna nell’800. Per studiosi e appassionati cultori della storia, di materiale per appagare le loro curiosità ce n’è e ne avanza. Anche perché all’interno di ogni vicenda si originano e si sviluppano altri eventi non meno considerevoli.

Spesso la storia è un fiume che si dirama in tanti defluenti. Si prenda (per fare un esempio) l’episodio dell’invasione barbaresca: dopo aver saccheggiato per due giorni la città i barbareschi rapirono circa 950 carlofortini che per cinque anni, dal 1798 al 1803, patirono la schiavitù in Tunisia in attesa che le grandi potenze europee compreso il papa Pio VI e soprattutto il grande Napoleone riuscissero a riscattarli. Ma al di là degli interventi e delle trattative intraprese per la loro liberazione in quei cinque lunghi anni tra i carlofortini in cattività si svilupparono altri avvenimenti che appaiono, ancora oggi, straordinari.

Tra queste risalta la vicenda della schiava carlofortina Francesca Rosso che assomiglia più alle favole stile Perrault che alla realtà. Durante la schiavitù fu mandata a servizio in casa della sorella del Bey di Tunisi. L’abitazione era frequentata anche dal fratello minore del Bey, Sidi Mustafà che s’innamorò perdutamente della schiava carlofortina. Il giovane Mustafà (era più grande di tre anni di Francesca) dovette vincere per conquistarla gli ostacoli della madre, che non vedeva di buon occhio la passione del figlio per la bella cristiana, e le resistenze della fanciulla. Alle insistenti dichiarazioni d’amore Francesca cedette a condizione che venisse sposata e che Mustafà rinunciasse solennemente alla poligamia. Così nel 1806 all’età di 17 anni da schiava diventò principessa e prese il nome arabo di Jenet Lela Béia. Da questa unione, che non vacillò mai, alla fine dello stesso anno nacque Ahmed , divenuto a sua volta Bey e che per le sue origini fu soprannominato il sardo.

Forse meno eclatante ma ugualmente affascinante e sicuramente più misteriosa è la storia di Anna Porcile un’altra schiava carolina. Anna Porcile, pronipote di Agostino Tagliafico il capo indiscusso dei coloni tabarchini, doveva essere un bella e affascinante giovane perché fu contesa da diversi consoli stranieri accreditati a Tunisi.

A conquistarla fu il console americano William Eaton che anticipò per la sua liberazione, senza il consenso dello stato americano, 5000 dollari. L’azione fu allora oggetto di discussione al senato americano e di più di un intervento del presidente Jefferson. Oggi quella storia è raccontata in un libro, “The Pirate Coast” di Richard Zacks che è diventato un best-seller dell’editoria americana.

Ma tra le tante storie della storia della schiavitù dei carolini quella più clamorosa è sicuramente il ritrovamento di una Madonnina nera. Il simulacro fu rinvenuto da un giovane schiavo appena quindicenne, tale Nicola Moretto, mentre visitava cavalcando una mula il giardino di un parente del suo padrone in prossimità di una spiaggia. Ad un tratto la mula si rifiutò di proseguire il suo cammino e il giovane vide sospesa, senza alcun sostegno, tra un albero di limoni ed uno di datteri la statua della Madonna che prese con se e consegnò a Don Nicolò Segni anche lui schiavo carolino. La notizia di quel ritrovamento si sparse velocemente tra la comunità carolina in cattività, che da allora si riunì in gran segreto per invocare ai piedi di quella statua, che fu subito ribattezzata Madonna dello Schiavo, la libertà tanto agognata.

Quando nel 1803 furono liberati portarono con loro quella statua che è in tiglio massiccio e che presumibilmente era la polena di una nave, e vi eressero per opera di Nicolò Segni un piccolo tempio dove tuttora si trova ed è venerata.

Il 15 novembre di ogni anno il simulacro viene portato in processione seguito da tutti, credenti e non credenti (foto sopra). È una intera popolazione che al di là dei suoi valori religiosi crede anche nella sua storia.

Non c’è che dire: la storia di Carloforte è avvincente fino alla seduzione. Lo è sia che la si osserva nel suo aspetto generale sia che la esamini nelle sue vicende particolari. E queste storie della storia dell’incursione barbaresca ne sono una dimostrazione.

@Nicolo Capriata per il Comune di Carloforte

Link relativi all'Articolo - Carloforte le storie nella storia


Torna indietro